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L'EDITORIALE DI G.MOLINARI

10 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

LA TELEVISIONE HA DIMENTICATO L'OROLOGIO


Non è solo una questione di fiction. È una questione di rispetto.

Ci sono discussioni che sembrano piccole e che, invece, raccontano molto del Paese in cui viviamo. Quella sugli orari di inizio della prima serata è una di queste.

In questi giorni è tornato al centro del dibattito il tema degli orari sempre più tardivi con cui fiction, film e programmi televisivi vengono proposti al pubblico. Una riflessione nata dalle parole di Elena Sofia Ricci, che ha avuto il merito di riportare l’attenzione su una questione che, personalmente, considero importante da molto tempo.

E credo sia necessario dirlo con chiarezza: non è una questione che riguarda soltanto la Rai. Riguarda la televisione generalista nel suo complesso. Rai, Mediaset e tutti quegli editori che continuano a costruire i propri palinsesti secondo logiche che, forse, non tengono più sufficientemente conto di come sia cambiato il pubblico e, soprattutto, di come sia cambiato il rapporto delle persone con il proprio tempo.

Perché la vera domanda, alla fine, non è soltanto: “A che ora comincia una fiction?”.

La vera domanda è: per chi stiamo facendo televisione?

Dall’altra parte dello schermo non ci sono numeri, percentuali, target o soltanto punti di share. Ci sono persone. Ci sono famiglie, lavoratori, studenti, genitori, ragazzi, anziani. Ci sono persone che il giorno dopo devono alzarsi presto, che hanno una vita, degli impegni, delle responsabilità e, magari, scelgono di dedicare una parte della propria serata a un programma televisivo.

Il loro tempo ha un valore!

E forse è proprio questo che rischiamo di dimenticare.

Una grande fiction non è semplicemente un prodotto da collocare in un determinato spazio del palinsesto. È il risultato del lavoro di sceneggiatori, registi, attori, direttori della fotografia, musicisti, scenografi, costumisti, montatori, tecnici e di tantissime altre professionalità. Sono mesi, a volte anni, di lavoro e di investimento. È cultura, è intrattenimento, è industria, ma è anche racconto.

E quando finalmente quel racconto arriva nelle case degli italiani, merita di essere accompagnato da una scelta editoriale capace di valorizzarlo.

Perché non basta produrre bene. Bisogna anche programmare bene.

E qui arriviamo a un’altra questione che considero ancora più importante: i giovani.

Da anni ci chiediamo perché le nuove generazioni guardino sempre meno la televisione generalista. Ci domandiamo perché preferiscano YouTube, TikTok, Instagram, le piattaforme streaming, i contenuti on demand. Ci chiediamo come riconquistare quel pubblico che sembra essersi allontanato.

Ma forse dovremmo avere il coraggio di porci anche un’altra domanda: e se, in parte, fosse stata la televisione a non cambiare abbastanza insieme ai giovani?

Un ragazzo oggi vive in un rapporto completamente diverso con il tempo e con i contenuti. È cresciuto in un mondo nel quale può scegliere cosa guardare, quando guardarlo e dove guardarlo. Non deve necessariamente aspettare le 21.50. Non deve aspettare che finisca un programma precedente. Non deve aspettare la pubblicità. E soprattutto non considera più normale che sia il contenuto a decidere quanto tempo della sua vita debba aspettare prima di poterlo vedere.

Se qualcosa gli interessa, lo guarda. Se non gli interessa, cambia. Se è troppo tardi, lo recupera il giorno dopo. Se può trovarlo altrove, lo cerca altrove.

Non è necessariamente superficialità, è un nuovo rapporto con il tempo e la televisione deve comprenderlo.

Se vogliamo davvero riportare i giovani davanti allo schermo, dobbiamo smettere di considerarli semplicemente un pubblico da riconquistare e iniziare a considerarli interlocutori da ascoltare.

Perché dietro ogni ragazzo che sceglie un’altra piattaforma non c’è necessariamente un rifiuto della televisione. Può esserci semplicemente la ricerca di un linguaggio, di un ritmo e di una modalità di fruizione più vicini alla propria vita.

E poi c’è qualcosa che nessun algoritmo potrà mai sostituire completamente: il momento in cui una famiglia si ritrova davanti alla televisione.

Il genitore che guarda una fiction con il figlio, il nonno che commenta una scena, una coppia che decide di dedicarsi una serata, gli amici che si ritrovano davanti a un programma e il giorno dopo ne parlano.

Quello non è semplicemente ascolto, è un rito sociale, è no dei grandi poteri della televisione generalista: riuscire a mettere contemporaneamente milioni di persone davanti allo stesso racconto e creare una conversazione collettiva.

Ma questo potere deve essere alimentato e rispettato.

Se un contenuto pensato per la prima serata comincia quando una parte del pubblico sta già pensando di andare a dormire, quel rito inevitabilmente si indebolisce.

Naturalmente esistono le piattaforme, esiste l’on demand, esistono servizi come RaiPlay e Mediaset Infinity e oggi abbiamo possibilità che fino a pochi anni fa erano impensabili. Ma non possiamo utilizzare la possibilità di recuperare un programma il giorno dopo come giustificazione per non interrogarci su come quel programma viene proposto oggi.

Il fatto che un contenuto possa essere recuperato non significa che sia irrilevante il momento in cui lo si offre al pubblico.

E questa riflessione riguarda anche il mercato e la pubblicità.

Nessuno mette in discussione l’importanza degli ascolti. Nessuno pensa che un grande editore possa ignorare le proprie esigenze economiche. La pubblicità è fondamentale, gli investimenti sono fondamentali, i numeri sono fondamentali.

Ma proprio perché parliamo di industria culturale, dobbiamo ricordare che il pubblico è il patrimonio più importante di quell’industria.

Se per inseguire qualche punto di share nell’access prime time finiamo per indebolire il prodotto che viene dopo, forse è arrivato il momento di fermarsi e ripensare il modello.

Perché non tutto ciò che può essere conveniente nel breve periodo è necessariamente intelligente nel lungo periodo.

E qui, a mio avviso, entra in gioco anche la responsabilità delle istituzioni.

Quando parliamo di servizio pubblico, audiovisivo, cinema, fiction, teatro, musica e spettacolo, non stiamo parlando soltanto di intrattenimento. Stiamo parlando di cultura, di identità, di educazione, di professioni e di migliaia di persone che ogni giorno lavorano per costruire l’immaginario del nostro Paese.

Autori, registi, attori, danzatori, musicisti, tecnici, scenografi, costumisti, montatori e maestranze rappresentano un patrimonio professionale e culturale che l’Italia dovrebbe difendere e valorizzare.

E allora la domanda non dovrebbe essere soltanto quanto produciamo, ma anche come valorizziamo ciò che produciamo e come lo facciamo arrivare al pubblico.

Perché una cultura che investe nella produzione e poi non riesce a trovare il modo migliore per incontrare il proprio pubblico rischia di perdere una parte importante del proprio investimento.

Per questo penso che questa discussione debba arrivare anche agli autori, ai produttori, ai direttori di rete, ai responsabili dei palinsesti e a chi ogni giorno prende decisioni che influenzano milioni di persone.

Non come un’accusa, ma come una domanda.

Stiamo ancora costruendo i palinsesti intorno al pubblico oppure stiamo chiedendo al pubblico di adattarsi ai palinsesti?

Sono due cose molto diverse e forse è arrivato il momento di scegliere.

Non credo che la soluzione sia tornare nostalgicamente alla televisione del passato. Al contrario, credo che dobbiamo avere il coraggio di costruire la televisione del futuro.

Una televisione capace di parlare ai giovani senza perdere gli adulti, capace di utilizzare lo streaming senza rinunciare alla forza della televisione generalista, capace di rispettare le esigenze economiche senza sacrificare la qualità editoriale e capace, soprattutto, di comprendere che il tempo delle persone non è infinito.

Forse dobbiamo semplicemente ricominciare da una cosa molto semplice.

Dall’idea che una sera, alle 21, possiamo ancora dire a milioni di persone: “Ci vediamo lì”.

E che alle 21 ci sia davvero.

Non alle 21.40. Non alle 22. Non quando per una parte del pubblico è ormai arrivato il momento di andare a dormire.

Perché il tempo delle persone è prezioso.

E forse questa è la vera questione che dovremmo affrontare.

Non stiamo chiedendo soltanto di anticipare una fiction o un programma televisivo.

Stiamo chiedendo di rispettare il tempo di chi ci guarda.

E allora, prima ancora di domandarci perché i giovani non guardino più la televisione, dovremmo avere il coraggio di porci una domanda ancora più scomoda:

La televisione sta ancora dimostrando di meritarsi il loro tempo?

RadioDanza crede che questa discussione debba iniziare.

Non per difendere la televisione del passato, ma per contribuire a costruire quella del futuro.

Una televisione più intelligente, più contemporanea, più rispettosa e soprattutto più vicina alle persone.

Perché il pubblico non è davanti allo schermo per aspettare il palinsesto.

È il palinsesto che dovrebbe essere costruito intorno al pubblico.

Giacomo Molinari

Editore – RadioDanza


 
 
 

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