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JOVANOTTI RIPARTE DA OLBIA

IL JOVA SUMMER PARTY 2026 E' SALAPATO



Dieci ore di musica, incontri e libertà per la prima tappa italiana de “L’Arca di Lorè”

È partito ieri, 7 agosto, da Olbia il Jova Summer Party 2026, il nuovo viaggio estivo italiano di Lorenzo Jovanotti Cherubini. E già dalla prima tappa è apparso chiaro che definirlo semplicemente un concerto sarebbe riduttivo. Quella andata in scena in Sardegna è stata una festa lunga circa dieci ore, costruita come un grande rito collettivo tra musica, immagini, incontri, parole e un’idea di libertà che attraversa l’intero progetto.

Olbia segna l’inizio del capitolo italiano de “L’Arca di Lorè”, il progetto che aveva già portato Jovanotti tra Australia ed Europa e che ora attraverserà l’Italia fino al doppio approdo romano al Circo Massimo, il 12 e 13 settembre. Due serate che avranno anche un sapore particolare: il 27 settembre Lorenzo compirà sessant’anni, un traguardo importante per un artista che continua a vivere il palco con la curiosità e l’energia di chi ha ancora voglia di cambiare strada.

Il simbolo di questa nuova avventura è una barca di carta che diventa Arca: fragile soltanto in apparenza, capace invece di contenere desideri, incontri e speranze. Poco dopo le 21 il viaggio vero e proprio prende il largo attraverso lo sguardo di un bambino, accompagnato da canzoni che evocano immediatamente il viaggio e l’immaginazione, da “Volare” di Domenico Modugno a “L’Arca di Noè” di Sergio Endrigo, fino a Franco Battiato e al “Cerchio della vita”. La piccola barca si trasforma così nell’arca della speranza.

Sul palco Lorenzo è caleidoscopico, coloratissimo, instancabile. Accanto a lui c’è l’amico di sempre Saturnino e una band di tredici elementi. Video, immagini e lampi di poesia accompagnano una scaletta dal ritmo serrato che attraversa epoche diverse della sua carriera: da “Gimme Five” a “Ora”, da “Bella” a “L’estate addosso”, da “Ti porto via con me” a “La notte dei desideri”, fino a “Ciao mamma”, “L’ombelico del mondo”, “Ragazzo fortunato” e “A te”.

È proprio questa capacità di mettere in comunicazione il Jovanotti degli esordi con quello di oggi a raccontare forse meglio di qualsiasi definizione la sua longevità artistica. Sono cambiate le mode, i linguaggi, le generazioni e perfino il modo in cui ascoltiamo la musica, ma Lorenzo continua a cercare nel concerto qualcosa che vada oltre l’esecuzione dei brani: una comunità provvisoria nella quale migliaia di persone, per qualche ora, respirano allo stesso ritmo.

Uno dei momenti più emozionanti della serata arriva con Alfa. Il giovane cantautore sale sul palco indossando la maglietta di un vecchio tour di Jovanotti e gli confessa, in sostanza, che se oggi fa questo mestiere una parte della responsabilità è proprio sua. I due cantano insieme “Buon Vento”, creando un passaggio di testimone tra generazioni che restituisce perfettamente il senso della serata: partire, incontrarsi e lasciare qualcosa a chi viene dopo.

Ma il Jova Summer Party non vive soltanto dei grandi successi. Nella serata trovano spazio anche citazioni e omaggi: un videointervento di Francesca Fagnani, un tributo a Toto Cutugno attraverso “L’italiano”, “La notte vola”, un ricordo di Gino Paoli con “Sapore di sale”. Jovanotti racconta anche di quando, giovanissimo dj nel 1985, lavorava per una stagione in una discoteca sarda e incontrò Paoli. È uno di quei piccoli cortocircuiti della memoria che trasformano una scaletta in un racconto personale.

La Sardegna, del resto, non è soltanto lo sfondo della prima tappa: entra direttamente nello spettacolo. Verso il finale Lorenzo canta “No potho reposare” ricordando l’amico Andrea Parodi e legge “Noi siamo sardi” di Grazia Deledda, premio Nobel per la Letteratura nel 1926. È uno dei passaggi più raccolti di una giornata dominata dal movimento, quasi una sospensione prima dell’ultima esplosione di energia.

Anche il clima, però, è stato protagonista. Il caldo intenso e il vento che sollevava la sabbia hanno accompagnato l’intera giornata. Maurizio Salvadori, con Trident alla guida dell’organizzazione del tour, ha spiegato che proprio le temperature stanno facendo valutare un possibile slittamento in avanti dell’orario di inizio delle prossime tappe. Un tema tutt’altro che secondario per i grandi eventi estivi e che, secondo Salvadori, potrebbe influenzare anche le future scelte live di Jovanotti.

Il dato della prevendita racconta intanto la dimensione dell’attesa: alla vigilia della partenza italiana erano già stati venduti oltre trecentomila biglietti. Ma i numeri, nel caso di Jovanotti, spiegano soltanto una parte del fenomeno. La sua idea di spettacolo continua a fondarsi soprattutto sulla partecipazione: il pubblico non è chiamato semplicemente a guardare, ma a entrare dentro una festa che cambia forma, mescola generi e generazioni e prova a trasformare per qualche ora uno spazio fisico in un luogo condiviso.

Da Olbia, dunque, l’Arca è partita. Adesso farà rotta verso il Sud della penisola per poi risalire fino a Roma. E forse il senso più interessante di questo Jova Summer Party sta proprio nel verbo “partire”: non come fuga, ma come disponibilità a lasciarsi sorprendere, cambiare direzione, incontrare qualcuno e ricominciare. Ieri sera, in Sardegna, Jovanotti ha aperto il viaggio augurando al suo pubblico “le cose più belle del mondo”. Il resto della rotta è ancora tutto da percorrere.

«Jovanotti ha capito da molti anni che un grande spettacolo non può limitarsi a mettere un artista davanti a un pubblico. Deve creare una relazione. Il Jova Summer Party nasce esattamente da questa idea: far sentire migliaia di persone parte di qualcosa che accade soltanto lì, in quel momento. E trovo significativo che questo nuovo viaggio italiano inizi proprio con l’immagine di un’Arca, perché l’arte, quando è davvero viva, raccoglie differenze, generazioni e linguaggi e li porta nello stesso luogo.

C’è poi un altro elemento che mi colpisce: a quasi sessant’anni Jovanotti continua a cercare formule nuove invece di amministrare semplicemente ciò che ha già conquistato. Per un artista è forse questa la sfida più difficile: conservare la propria identità senza trasformarla in una gabbia.

Musica e danza hanno una forza molto simile. Possono abbattere per qualche ora quei fili spinati, visibili e invisibili, che spesso costruiamo intorno alle nostre vite. Ci fanno incontrare senza chiederci da dove veniamo, quanti anni abbiamo o quale storia portiamo con noi. E se migliaia di persone riescono ancora a ritrovarsi in uno stesso spazio per cantare, ballare e condividere un’emozione, allora forse quel buon vento di cui parla Lorenzo continua davvero a soffiare.»

 
 
 

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