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L'EDITORIALE DI G.MOLINARI

L'ITALIA FORMA TLENTI DELLA DANZA...

MA POI LI ABBANDONA AL VUOTO DEL SISTEMA



Ci sono domande che questo settore continua a evitare da troppo tempo. Domande scomode, certo, ma inevitabili. E una su tutte dovrebbe ormai diventare centrale in qualsiasi riflessione seria sulla danza in Italia: dove vengono collocati oggi i professionisti che continuiamo a formare?

Perché il punto non è la mancanza di talento. Il talento in Italia continua a essere straordinario. Lo vedo ogni giorno da quarant’anni, lavorando nella formazione, nella divulgazione e nella direzione artistica. Ragazzi e ragazze con capacità tecniche impressionanti, preparazione fisica, sensibilità interpretativa, sacrificio, disciplina. Un patrimonio umano enorme.

E va detto con chiarezza: gran parte di questo lavoro viene portato avanti soprattutto da strutture private di eccellenza che, spesso nel silenzio e senza reali sostegni, continuano a sostenere il peso della formazione professionale nel nostro Paese.

Ma il problema arriva dopo. Sempre dopo.

Perché una volta terminato il percorso di studio, una volta conclusi anni di investimento economico, fisico ed emotivo, questi artisti si trovano davanti a una realtà drammatica: il sistema non è stato in grado di evolversi insieme alla formazione.

Negli ultimi trent’anni il mondo dello spettacolo è cambiato radicalmente: sono cambiati i linguaggi, le piattaforme, i consumi culturali, il rapporto con il pubblico, la tecnologia, la comunicazione, le economie creative. E mentre tutto questo accadeva, l’Italia ha progressivamente smesso di investire nella costruzione di un vero sistema produttivo per la danza.

Si è preferito tagliare. Dismettere. Ridurre. Esternalizzare.

Si è smesso di credere che la cultura potesse essere anche un motore economico, sociale e identitario.

Eppure il benessere di un popolo si misura anche dal suo grado di cultura. E per cultura non intendo soltanto custodire ciò che il passato ci ha lasciato. Cultura significa anche creare nuovo immaginario, produrre contemporaneità, permettere agli artisti di esistere nel presente.

Oggi invece abbiamo una società sempre più disabituata allo spettacolo dal vivo. Sempre meno persone entrano in un teatro per assistere a un balletto, a un’opera o a una produzione coreutica. E questo accade perché negli anni si è progressivamente interrotto il rapporto tra pubblico e produzione culturale.

La danza italiana è stata lasciata senza una reale progettualità nazionale.

I teatri producono sempre meno danza. I circuiti distribuiscono poco o nulla della danza nazionale. Le grandi produzioni preferiscono acquistare format e spettacoli già pronti dall’estero piuttosto che investire nella creatività italiana. Le fondazioni lirico-sinfoniche, invece di ricostruire i corpi di ballo stabili, hanno scelto troppo spesso la strada dell’esternalizzazione, aumentando precarietà e frammentazione.

E allora succede qualcosa di paradossale: continuiamo a formare professionisti senza aver costruito il mercato che dovrebbe accoglierli.

Oggi, realisticamente, l’unico format televisivo che prova davvero a dare un contributo importante alla visibilità e all’inserimento dei giovani talenti è Amici. Lo si può criticare, si possono avere opinioni differenti sul linguaggio televisivo, ma resta uno dei pochissimi contenitori capaci di offrire alla danza una presenza popolare, continuativa e nazionale.

Ed è inutile fingere che non sia così.

Il problema, però, resta sempre lo stesso: cosa accade dopo?

Quanti di quei ragazzi riescono davvero a costruire una carriera stabile? Quanti trovano strutture produttive in grado di sostenerli? Quanti riescono ad avere continuità lavorativa, tutele, prospettive?

La verità è che oggi il mercato assorbe quasi esclusivamente eventi, convention, produzioni commerciali, dinner show, intrattenimento per brand, spettacoli temporanei, format televisivi, esperienze immersive.

Ed è giusto che esistano anche queste realtà, perché rappresentano comunque opportunità lavorative. Sarebbe ipocrita negarlo. Ma non può essere questa l’unica prospettiva culturale per un intero comparto artistico.

Anche perché oggi si sta creando una confusione gravissima sul concetto stesso di danza professionale. Si tende a far passare come rappresentazione artistica della danza una moltitudine di scopiazzamenti, imitazioni, format ripetitivi e rappresentazioni che spesso appartengono più all’ambito sportivo dilettantistico che a quello artistico e professionale.

Ma la danza non è uno sport. Non è un passatempo. Non è soltanto competizione.

La danza è arte. È linguaggio. È interpretazione. È cultura. È lavoro.

Qui si parla di professione, non di competizione.

Esattamente come accade per un musicista, per una cantante, per un attore, per una indossatrice, per una truccatrice o per qualsiasi altra figura artistica e creativa che costruisce il proprio percorso attraverso studio, tecnica, esperienza, sacrificio e professionalità.

Ridurre tutto a gare, classifiche, esibizioni standardizzate o dinamiche puramente commerciali significa impoverire il valore culturale e professionale di un intero settore.

Perché una nazione che possiede una delle più grandi tradizioni artistiche del mondo non può ridurre il futuro della danza soltanto all’intrattenimento occasionale o agli eventi.

Manca una vera politica produttiva. Manca una riforma concreta del settore. Manca un contratto nazionale realmente specifico e moderno. Manca il coraggio di affrontare il tema delle tutele professionali, della continuità occupazionale, della dignità economica degli artisti.

E soprattutto manca una visione.

Perché oggi si parla continuamente di formazione, di eccellenza, di giovani, di talento. Ma se poi quei talenti non trovano spazio, non trovano produzione, non trovano circuitazione, non trovano stabilità, allora il rischio è trasformare la formazione in una gigantesca catena che produce aspettative destinate a infrangersi contro il vuoto del sistema.

La creatività italiana continua a esistere. Il talento continua a nascere. La voglia di esprimersi continua a essere fortissima.

Ma attorno a tutto questo si è creato un sistema che troppo spesso si muove per relazioni, nomi, lobby e rendite di posizione, lasciando fuori energie nuove e professionalità straordinarie.

Ed è qui che dovrebbe iniziare una riflessione vera. Non più rinviabile. Non più cosmetica. Non più fatta di slogan.

Perché continuare a parlare di eccellenza senza costruire il futuro di chi quell’eccellenza la incarna ogni giorno, significa semplicemente continuare a consumare talento senza mai avere il coraggio di investirci davvero.


 
 
 

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