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" VOICES FROM SPAIN" TEATRO PALLADIUM ROMA



L'ottobre romano ci ha regalato una nuovo successo di Orbita | Spellbound, che seleziona sempre con grande cura i protagonisti dei suoi focus internazionali. Regina assoluta stavolta è stata la danza contemporanea spagnola. Radio danza è stata presente alla seconda serata di "Voices From Spain" che ha ospitato al Teatro Palladium, nel cuore del quartiere Garbatella in Roma tra il 17 e il 18 ottobre, ben 4 compagnie diverse e provenienti tutte dal panorama coreutico spagnolo.

Il programma del 18 ottobre ha proposto 3 lavori coreografici che hanno portato in scena solo artisti maschili, fattore non certo voluto a tavolino, ma che hanno proiettato presenze concettuali decisamente distinte e variegate, dal taglio interpretativo universale.

A Fabian Thomé è stata affidata l'apertura della serata con un lavoro da solista chiamato "Impermanence". L'argomento centrale del suo solo è la trasformazione in termini di corpo, mente e spazio del nostro "essere", che può essere scritto, letto, trascritto, cancellato e riscritto di nuovo. E Thomé si dedica ad una continua ricerca nella sua forma mutevole, usando trucco, effetti luce, una scenografia da "cabina armadio" dove a fargli da sfondo sono abiti appesi su stampelle, lungo un unico filo essenziale e dal sapore esistenziale. Elementi di scenografia tradizionale già usati e consumati da chi il teatro lo ha sperimentato in ogni sua dialettica, come quello di uscire e rientrare da cappotti diversi, per esempio. Ma la specialità di Fabian Thomé non è quella di cambiare pelle in scena solo con gli attrezzi del mestiere, perché l'artista spagnolo riesce a scomporre il suo corpo con una capacità quasi chimica. Il suo strumento principale, il suo corpo, è uno spartito dove piazzare segni e pause senza regole. La sua danza ispira ed è reale, immediata. il suo contemporaneo fatto di disordine e disarticolazione non si aggancia semplicemente allo stile dei nostri tempi ma ci ricorda (e qui ne farei un esempio da didattica) che il linguaggio non è estetica, il linguaggio è pensiero. E il pubblico è sembrato recepire a pieno il suo pensiero.

Secondo round affidato ad un gruppo di 4 danzatori, gli Iron Skulls Co, che, portando in scena un pezzo dal nome "La perla", hanno, con una fedeltà quasi scientifica visto che di perla stiamo parlando, lavorato a 4 l'impasto di una levigatura piacevolmente interminabile. Il fine ultimo di questa genesi è anche il punto essenziale del loro messaggio: maturare il senso di collettività e il sentirsi allo stesso tempo "uno solo". Il quartetto è un corpo unico, una susseguirsi lineare e circolare dove nessuna interruzione altera davvero l'equilibrio naturale di questo sistema, nemmeno quando ognuno di loro, a turno, si separa dalla matrice e ci regala uno slancio di artistica individualità. La confezione estetica di "La perla" ha il buon gusto di un teatro pulito, raffinato, dai colori tenui, soprattutto nei costumi. Da questa cornice però è l'identità coreografica fortemente urban (ma non esclusivamente) dei 4 danzatori ad emergere a sorpresa agli occhi di chi non conosce la storia degli Iron Skulls Co, fatta di influenze dal mondo del butoh, del circo, della break dance. Confini stilistici che sembrano sbavati, ma la perla continua a cambiare forma e il flusso scorre rigorosamente in avanti e l'equilibrio mantenuto, in effetti, lo dimostra. Quasi ipnotica, la circolarità dei danzatori è esattamente la forma da dare al discorso: un'identità che, tra sfera collettiva e individuale, non potrebbe mai vivere senza il calore del processo che la sta generando e ospitando. Come una perla, per l'appunto.

Chiusura di serata con il duetto "Moi-Je" firmato da Fabian Thomé, traccia della sua Full Time Company. In scena torna nelle vesti di danzatore però anche Thomé insieme a Benoit Couchot, e c'è un però. Il duetto, che rappresenta il dialogo universale tra l'Io e l'altro da sè (che altro non è che uno specchio per dare nuova lettura dell'Io stesso), sembra digerire bene il viaggio scenico di Thomé, che generoso e completo si realizza nella suo essere Io, mentre mette in condizione di sudditanza il collega, che appare meno imponente, seppur elemento ben bilanciato. Ci chiediamo se fosse parte della trama, ma l'anima guida del coreografo in scena ha colorato sicuramente di più la seconda parte dei 15 minuti del duetto.

L'io che si trasforma, l'Io nel gruppo, l'Io che si relaziona all'Io: concetti non troppo innovativi, riflessioni non stupefacenti alle quali si continua, fin dalla notte dei tempi, a voler cercare una chiusa. Le "voci dalla Spagna" del 18 ottobre non hanno di certo consegnato un finale a questa ricerca ma hanno essenzialmente confermato che la danza contemporanea è la piattaforma dove ogni diversità individuale, e specialità soprattutto, può diventare voce di emissione e consegnare "bellezza" e pensiero. Quella danza che dell'estetica ne fa un valore fra tanti e non IL valore, ringraziando Dio e ringraziando la Spagna, in questo caso.



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