L'EDITORIALE DI G.MOLINARI
- RadioDanza Redazione

- 27 apr
- Tempo di lettura: 3 min
IL SIPARIO DI CEMENTO-L'ADDIO AL TEATRO DELLE VITTORIE E LO SCEMPIO DELL'ANIMA ITALIANA

C’è un limite che la logica del profitto non dovrebbe mai valicare. Un confine sottile ma sacro, dove il bilancio si arresta e lascia spazio alla memoria, alla dignità, all’identità di un popolo. La notizia della chiusura del Teatro delle Vittorie non è un semplice trafiletto di cronaca immobiliare: è un colpo inferto al cuore vivo della nostra cultura.
Siamo davanti a una deriva che non può più essere ignorata. Si parla di “dismissioni”, “valorizzazioni”, “ottimizzazione degli spazi”. Parole eleganti, quasi rassicuranti, che però nascondono una realtà ben più brutale: la riduzione della bellezza a superficie commerciale, la trasformazione dell’arte in metratura da capitalizzare. Ma non tutto è negoziabile. Non tutto può essere venduto. E soprattutto, non tutto può essere sostituito.
Un tempio, non un immobile
Il Teatro delle Vittorie non è un edificio: è un tempio laico dello spettacolo. È stato la culla della grande televisione italiana, il palcoscenico di trasmissioni che hanno fatto epoca come Canzonissima e Studio Uno, programmi che hanno unito il Paese davanti allo schermo e definito un linguaggio artistico riconoscibile in tutto il mondo.
Su quelle tavole hanno lasciato un segno indelebile artisti straordinari come Mina, Raffaella Carrà, Totò e Alberto Sordi. Nomi che non rappresentano solo carriere individuali, ma pezzi di identità nazionale.
E dietro di loro, sempre presenti ma troppo spesso dimenticate, le maestranze: tecnici luci, fonici, scenografi, costumisti, macchinisti. Professionisti di altissimo livello, formati in anni di esperienza e passione, che rendono possibile ogni spettacolo. Sono loro la vera eccellenza italiana, un patrimonio umano che il mondo ci invidia.
Chiudere un teatro significa spegnere tutto questo. Non è una perdita economica: è una resa culturale, sociale, perfino civile.
Un Paese che trasforma i suoi teatri in uffici o centri commerciali è un Paese che ha deciso di smettere di sognare. E chi smette di sognare, smette anche di costruire il futuro.
Roma e la desertificazione culturale
Il caso del Teatro delle Vittorie non è isolato. A Roma, negli ultimi anni, oltre 60 tra teatri e cinema hanno chiuso, cambiato destinazione o sono stati abbandonati. Un numero impressionante, che racconta una vera e propria desertificazione culturale.
Troppi spazi vengono lasciati morire lentamente, svuotati di programmazione e manutenzione, fino a diventare “inutili” per poi giustificarne la vendita. È un processo silenzioso, ma sistematico, che priva la città, e il Paese intero, dei suoi presìdi culturali più vitali.
La tutela di un patrimonio vivo
Difendere questi luoghi non è un gesto nostalgico. È una scelta strategica. Il patrimonio culturale italiano non è fatto solo di pietra e affreschi, ma di spazi vivi, dove si produce lavoro, conoscenza, identità.
Giacomo Molinari
Ogni teatro chiuso è una filiera che si interrompe:
artisti che perdono un palco, tecnici che perdono continuità, giovani che vedono ridursi le opportunità, pubblico che perde accesso alla bellezza.
Le maestranze rappresentano un capitale umano straordinario. Proteggerle significa tutelare competenze uniche, tramandate nel tempo, che nessuna logica di mercato potrà mai sostituire.
Un appello necessario
Alla politica spetta una responsabilità chiara: non limitarsi a gestire numeri, ma difendere visioni. Salvaguardare i teatri significa tutelare lavoro, identità e futuro. È una questione di sovranità culturale.
Agli artisti spetta il compito più difficile: non restare in silenzio. Ogni sipario che si chiude riguarda tutti. Ogni palco che scompare è una voce in meno nel coro della nostra cultura.
Il Teatro delle Vittorie non è solo un luogo che chiude. È un segnale. E ignorarlo sarebbe l’errore più grave.
Perché la cultura non è un costo da ridurre. È l’unico investimento che ci rende davvero liberi.








Commenti