L'EDITORIALE DI G.MOLINARI
- RadioDanza Redazione

- 1 giorno fa
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IL SAGGIO DI DANZA OGGI: MOLTO PIU' DI UNA RECITA DI FINE ANNO

UN SETTORE CHE MUOVE CULTURA, LAVORO E MILIONI DI SPETTATORI
Questo è il periodo dell’anno in cui il mondo della danza vive uno dei suoi momenti più intensi e significativi. Le attività formative stanno per concludersi, le stagioni accademiche arrivano al termine e migliaia di scuole sono impegnate nella preparazione dei tradizionali saggi di fine anno.
Ma oggi possiamo ancora definire un “saggio” ciò che va in scena nei teatri italiani?
La risposta è sì, ma con una precisazione fondamentale: il saggio contemporaneo non è più quello di una volta, è cambiato profondamente. Si è trasformato in una vera e propria produzione artistica, spesso assimilabile a uno spettacolo professionale, a un musical o a un’opera teatrale. Richiede mesi di lavoro, una complessa organizzazione tecnica e artistica, investimenti economici importanti e il coinvolgimento di numerose professionalità.
Il saggio come esame e come spettacolo
Da oltre quarant’anni opero nel settore della danza e delle arti sceniche, ho sempre considerato il saggio di fine anno come il naturale compimento del percorso formativo di un allievo: un esame, una verifica concreta del lavoro svolto durante l’anno, una prova sul palcoscenico.
Chi insegna danza non trasmette soltanto una tecnica; educa alle arti sceniche. E senza il confronto con la scena, con il pubblico, con le emozioni della rappresentazione, verrebbe meno uno degli elementi fondanti di questo percorso educativo.
Per questo il saggio rimane uno strumento insostituibile.
Tuttavia, negli anni, la sua natura si è evoluta. Oggi molte scuole costruiscono veri e propri spettacoli articolati, con una drammaturgia, una narrazione, un tema centrale che viene sviluppato attraverso le diverse discipline: danza classica, contemporanea, modern, jazz, musical, carattere, tango, latino-americano, hip hop e molte altre.
In numerosi casi si lavora addirittura su soggetti originali scritti dagli insegnanti, oppure su adattamenti di grandi opere del repertorio. Non è raro assistere a riduzioni sceniche di titoli come La Bella Addormentata, Lo Schiaccianoci o La Bayadère, accanto a produzioni moderne di grande impatto visivo e narrativo.
I teatri diventano case della danza
Un altro elemento che testimonia questa trasformazione è il rapporto con i teatri.
Molti teatri italiani, una volta conclusa la stagione ufficiale, mettono a disposizione le proprie strutture per ospitare i saggi delle scuole di danza. Parliamo spesso di spazi prestigiosi, con capienze che vanno dai 500 ai 1.500 posti.
In alcuni casi le scuole occupano il teatro per diversi giorni, arrivando a lavorare all’interno della struttura per un’intera settimana. Questo comporta un utilizzo massiccio delle risorse tecniche, del personale e delle attrezzature.
Non si tratta più di una semplice esibizione: si tratta di una produzione complessa che coinvolge fonici, tecnici luci, videomaker, fotografi, truccatori, parrucchieri, scenografi, costumisti, personale di sala e addetti alla sicurezza.
I costi di una produzione sempre più impegnativa
Parlare di saggio oggi significa inevitabilmente parlare di costi.
Il solo noleggio di un teatro professionale rappresenta una voce significativa di spesa. A questo si aggiungono numerosi servizi obbligatori: personale tecnico, sicurezza, vigilanza antincendio, gestione degli spazi, utenze e assistenza durante le prove.
Poi arrivano gli extra: videoproiezioni, ledwall, impianti audiovisivi avanzati, riprese professionali, servizi fotografici e molto altro.
Non è raro che un saggio di medie dimensioni raggiunga costi compresi tra i 15.000 e i 30.000 euro per una singola giornata di spettacolo. Se le repliche aumentano, aumentano inevitabilmente anche le spese e ciò si aggiunge il capitolo costumi.
Un allievo che frequenta più discipline può arrivare a indossare cinque, sei o persino sette costumi differenti durante lo spettacolo. I costi variano enormemente: si può partire da 50 euro per arrivare a cifre molto più elevate.
Nel repertorio classico, ad esempio, esistono sartorie specializzate che realizzano costumi dal valore di centinaia o addirittura migliaia di euro. Per produzioni particolarmente curate, un singolo costume può superare tranquillamente gli 800 o i 1.000 euro.
Una realtà enorme, spesso sottovalutata
Quando si parla di danza si tende ancora a considerarla una realtà marginale. I numeri raccontano invece una storia completamente diversa.
In Italia operano migliaia di scuole di danza e decine di migliaia di associazioni e società sportive dilettantistiche che svolgono attività coreutica.
Ogni anno vengono organizzati migliaia di saggi, molti dei quali prevedono doppie o triple rappresentazioni, ogni evento coinvolge centinaia di spettatori tra famiglie, appassionati e cittadini.
Se si sommano tutte le presenze generate dai saggi di fine anno sul territorio nazionale, il risultato è impressionante: si parla di milioni di spettatori movimentati ogni stagione.
Si tratta di una massa culturale e sociale enorme, che contribuisce alla vitalità dei teatri, genera economia, crea occupazione e mantiene vivo il rapporto tra il pubblico e lo spettacolo dal vivo.
Il tema della regolamentazione
Esiste però un aspetto che merita una riflessione seria.
Un settore che produce numeri così importanti continua a muoversi all’interno di un quadro normativo spesso frammentato e poco omogeneo.
I teatri richiedono correttamente l’apertura delle pratiche relative ai diritti musicali e alle autorizzazioni necessarie, ma il sistema presenta ancora numerose aree grigie, soprattutto per quanto riguarda il riconoscimento del lavoro creativo e coreografico.
Molti coreografi non risultano tutelati in modo adeguato. Molte attività si svolgono in un contesto in cui le regole esistono, ma non sempre trovano una reale applicazione uniforme.
Non si tratta di invocare nuovi vincoli burocratici, bensì di costruire un sistema più chiaro, più moderno e più equo, capace di riconoscere il valore culturale, economico e professionale di chi opera quotidianamente in questo settore.
Dietro ogni saggio ci sono persone che lavorano
Spesso il pubblico vede soltanto le due ore di spettacolo finale.
Non vede i mesi di preparazione.
Non vede le prove, le riunioni, le ore trascorse in teatro, il lavoro delle sartorie, dei tecnici, dei collaboratori, degli insegnanti e dei direttori artistici.
Non vede le migliaia di persone che, direttamente o indirettamente, trovano occupazione grazie a questo sistema.
Ogni saggio genera lavoro. Ogni saggio produce cultura. Ogni saggio rappresenta un investimento educativo per centinaia di giovani.
Ed è proprio per questo che il mondo della danza merita maggiore attenzione.
Il saggio di fine anno non è una semplice tradizione. Non è una festa conclusiva. Non è una recita, è l momento in cui la formazione incontra la scena, è il momento in cui l’allievo diventa interprete, è il momento in cui il lavoro di un intero anno prende forma davanti al pubblico.
Ma è anche qualcosa di più: un fenomeno culturale, sociale ed economico che coinvolge milioni di persone, sostiene migliaia di professionisti e mantiene vivo il tessuto dello spettacolo dal vivo nel nostro Paese.
Per questo motivo il saggio deve essere riconosciuto per ciò che realmente è diventato: una produzione artistica a tutti gli effetti.
Valorizzarlo, sostenerlo e regolamentarlo in modo più efficace non significa aiutare soltanto le scuole di danza. Significa investire nella cultura, nell’educazione e nel futuro delle nuove generazioni.
Perché dietro ogni allievo che sale su un palcoscenico c’è un anno di studio. Dietro ogni spettacolo c’è un’intera comunità che lavora. E dietro ogni saggio c’è molto più di quanto il pubblico possa immaginare.
Giacomo Molinari
Direttore artistico e operatore del settore danza da oltre quarant’anni.








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