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L'EDITORIALE DI G.MOLINARI

AUDIZIONI SENZA TRASPARENZA : IL LENTO SVUOTAMENTO DI UNA PROFESSIONE




C’è qualcosa che non funziona nel mondo delle audizioni per ballerini professionisti. E non si tratta soltanto di una questione organizzativa. Il problema è più profondo, più grave e riguarda il rispetto di una professione che negli ultimi anni sembra essere stata progressivamente svalutata, aggirata e, in molti casi, sostituita da logiche che nulla hanno a che vedere con la meritocrazia e la trasparenza.


Il settore dello spettacolo dal vivo è cambiato. Sono cambiate le produzioni televisive, quelle teatrali, i grandi eventi, i concerti e perfino il ruolo del corpo di ballo accanto agli artisti musicali. Se fino a vent’anni fa era raro vedere un cantante italiano accompagnato stabilmente da ballerini professionisti, oggi la danza è diventata una componente fondamentale della costruzione artistica di uno spettacolo.


Eppure, paradossalmente, proprio mentre cresce la richiesta di competenze coreutiche, diminuisce il riconoscimento professionale di chi quella competenza la possiede davvero.


Il caso di alcune recenti audizioni è emblematico. O, forse, sarebbe più corretto parlare di “pseudo-audizioni”. Procedure che non vengono pubblicizzate attraverso canali ufficiali, che non seguono criteri trasparenti e che spesso si diffondono attraverso mailing list private, passaparola e comunicazioni informali. Una modalità che appare quantomeno discutibile quando a promuoverla sono realtà istituzionali o enti che dovrebbero garantire pari opportunità di accesso.


Negli anni Ottanta, Novanta e nei primi Duemila, quando un ente lirico o le compagnie di giro con riconoscimenti necessitava di ampliare il proprio organico o di individuare aggiunti per una produzione, venivano pubblicati bandi ufficiali. Le regole erano chiare. Le informazioni erano accessibili. Tutti avevano la possibilità di partecipare.


Oggi, invece, assistiamo a situazioni in cui si cercano formalmente dei “mimi”, salvo poi sottoporli a prove tecniche e coreografie che soltanto un ballerino professionista è in grado di eseguire. Una contraddizione evidente.


Se si cercano ballerini, si abbia il coraggio e la correttezza di dichiararlo apertamente.


Perché definire una figura professionale in modo ambiguo significa generare aspettative sbagliate, creare confusione e, soprattutto, svuotare di significato una professione che richiede anni di studio, sacrifici e preparazione.


Non è accettabile che persone si presentino a un’audizione convinte di concorrere per un ruolo mimico e si ritrovino invece a sostenere prove tecniche da professionisti della danza,non è corretto nei confronti dei candidati, non è corretto nei confronti della professione, e non è corretto nei confronti di un settore che dovrebbe fondarsi sulla chiarezza e sul merito.


Ma il problema non si ferma qui.


Dietro queste dinamiche si nasconde una questione ancora più preoccupante: il progressivo abbassamento del valore economico e professionale del lavoro del ballerino.


Da anni assistiamo a una tendenza sempre più diffusa: cercare figure professionali altamente qualificate cercando però di pagarle il meno possibile. Quando non si può abbassare ulteriormente il compenso dei professionisti, allora si cercano persone meno qualificate, più ricattabili o semplicemente disposte ad accettare condizioni che un professionista non potrebbe accettare.

È una logica che impoverisce l’intero sistema, perché quando si sostituisce la competenza con il risparmio, la qualità artistica inevitabilmente si abbassa.

Eppure nessuno sembra voler affrontare seriamente il nodo centrale della questione: l’assenza di una vera riforma del settore.


Da troppo tempo il comparto della danza vive in una sorta di limbo normativo. Dopo l’assorbimento dell’ENPALS nell’INPS, poco o nulla è stato fatto per ridefinire un sistema di tutele adeguato alle esigenze contemporanee. Esistono contratti nazionali che spesso risultano parziali, datati o insufficienti a rappresentare le molteplici realtà professionali che operano nel mondo della danza, dello spettacolo dal vivo, delle produzioni televisive e degli eventi.


Il risultato è sotto gli occhi di tutti, mancano parametri chiari, mancano riferimenti economici certi, mancano procedure condivise, mancano controlli efficaci, mancano, soprattutto, garanzie.


In qualsiasi altro settore produttivo esistono regole precise: requisiti, tabelle, livelli professionali, obblighi contrattuali e standard minimi da rispettare. Chi apre un’attività o assume personale deve attenersi a normative ben definite.


Perché nel settore della danza e dello spettacolo questo principio dovrebbe essere diverso?

Perché un ballerino professionista dovrebbe essere lasciato alla discrezionalità del singolo produttore, del singolo direttore artistico o della singola produzione?

Perché il valore di anni di formazione dovrebbe essere negoziato ogni volta da zero?


La verità è che la danza continua a essere considerata, troppo spesso, una disciplina accessoria. Un elemento decorativo dello spettacolo anziché una professione altamente specializzata, ed è proprio da questa visione culturale sbagliata che derivano molti dei problemi che oggi denunciamo.

Le audizioni non trasparenti sono soltanto la punta dell’iceberg, sotto la superficie esistono precarietà cronica, compensi inadeguati, assenza di tutele, mancanza di rappresentanza e una progressiva erosione della dignità professionale.

Se davvero si vuole costruire un futuro per questa categoria, occorre partire da qui: trasparenza nelle selezioni, rispetto delle professionalità, contratti adeguati, regole certe e una riforma organica che riconosca finalmente il valore economico, sociale e culturale della danza.


Perché una professione non muore soltanto quando manca il lavoro, muore quando smette di essere riconosciuta come tale.


E oggi il rischio più grande per il mondo della danza non è la mancanza di talento. Il talento continua a esistere, continua a formarsi e continua a distinguersi nei teatri, nelle accademie e nelle scuole.

Il rischio vero è che il sistema continui a considerarlo un costo da comprimere anziché una risorsa da valorizzare.

E quando la trasparenza lascia spazio alle scorciatoie, quando il merito viene sostituito dalle chiamate informali e quando il professionismo viene confuso con il dilettantismo, non perde soltanto il ballerino, perde l’intero spettacolo italiano, perde la cultura, e perde un Paese che dovrebbe fare dell’eccellenza artistica uno dei suoi patrimoni più preziosi.

 
 
 

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