top of page

L'EDITORIALE DI G.MOLINARI


ROBERTO BOLLE E QUELLA DOMANDA CHE NESSUNO SEMBRA VOLER FARE



Ci sono silenzi che, a volte, pesano più delle parole. E nel mondo della danza italiana questo silenzio dura da troppo tempo.

Quando si parla di Roberto Bolle si parla di un’eccellenza assoluta. Un artista che ha costruito una carriera straordinaria, portando la danza nei più importanti teatri del mondo e nelle case degli italiani attraverso la televisione. Un risultato che merita rispetto e riconoscimento.

Proprio per questo nasce una domanda che credo sia legittimo porsi: perché una figura che gode di un’autorevolezza e di una visibilità senza precedenti nel panorama della danza italiana non utilizza con maggiore forza la propria posizione per affrontare i problemi strutturali che da anni soffocano il settore?

Non si tratta di chiedergli di diventare un sindacalista o un politico. Ma di interrogarsi sul ruolo che può avere chi oggi rappresenta, agli occhi dell’opinione pubblica e delle istituzioni, l’intero mondo della danza.

Perché la danza che vediamo è quella dei gala, dei grandi teatri, delle standing ovation. Ma esiste anche un’altra realtà: scuole che chiudono, compagnie che sopravvivono a fatica, insegnanti senza certezze, giovani professionisti costretti ad abbandonare il settore dopo anni di studio e sacrifici.

Il problema, però, è ancora più profondo.

Si continua a discutere di contratti nazionali, pensioni e tutele quando l’intero comparto continua a non avere una legge organica che lo riconosca e lo regolamenti in modo chiaro. Senza un vero riconoscimento normativo della professione, ogni battaglia rischia di essere frammentata e parziale.

In un sistema così fragile, dove mancano riferimenti chiari e una visione comune, è inevitabile che ciascuno finisca per difendere il proprio spazio, i propri interessi e i propri risultati personali. È umano. Ma è anche uno dei motivi per cui la danza italiana fatica a presentarsi come una categoria compatta e autorevole davanti alle istituzioni.

Ed è proprio qui che il ruolo di Roberto Bolle potrebbe diventare determinante.

Negli ultimi anni alcune sue dichiarazioni sul tema previdenziale hanno suscitato perplessità. Il rischio è quello di alimentare una narrazione distorta, come dimostrano i molti commenti che descrivono i danzatori come privilegiati perché “vanno in pensione a 47 anni”. La realtà è molto diversa: precarietà, discontinuità contributiva e carriere brevi rendono spesso difficile persino maturare i requisiti necessari.

Roberto Bolle rappresenta un caso eccezionale. Ma proprio per questo la sua esperienza personale non può essere utilizzata come parametro per raccontare la condizione dell’intera categoria.

Anche il continuo accostamento della danza allo sport rischia di creare ulteriore confusione. La danza richiede certamente preparazione tecnica e specifica, ma resta prima di tutto una professione artistica e culturale. Continuare a semplificare questo aspetto indebolisce il percorso verso un riconoscimento professionale più chiaro.

La vera domanda, allora, non è perché Roberto Bolle non parli abbastanza dei problemi della danza.

La domanda è se non sia arrivato il momento di utilizzare il peso della sua figura pubblica per riunire attorno a un tavolo insegnanti, compagnie, coreografi, danzatori, associazioni di categoria, direttori artistici e strutture accademiche di alta formazione. Un settore frammentato che spesso non riesce nemmeno a esprimere una posizione comune.

Perché oggi il problema principale non è soltanto la mancanza di risorse.

È l’assenza di una visione condivisa e di un riconoscimento istituzionale adeguato.

Una personalità come Roberto Bolle probabilmente non può risolvere da sola problemi che si trascinano da decenni, ma può fare qualcosa che nessun altro, oggi, sembra in grado di fare: dare una voce unitaria a un comparto che continua a parlare in ordine sparso.

Anche a costo di esporsi, anche a costo di scontentare qualcuno.

Perché i grandi artisti vengono ricordati per ciò che hanno fatto sul palcoscenico,

ma i veri punti di riferimento vengono ricordati anche per quello che hanno lasciato a chi è venuto dopo.

E oggi la domanda resta la stessa: non cosa possa ancora fare Roberto Bolle per la propria carriera, ma cosa sia disposto a fare per il futuro della danza italiana.



 
 
 

Commenti


bottom of page