L'EDITORIALE DI G.MOLINARI
- RadioDanza Redazione

- 11 ore fa
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" EUROVISION" "AMICI" E LA DANZA RIDOTTA A CONTORNO
DOVE SONO FINITI I VERI CORPI DI BALLO ?

C’è una domanda che oggi il mondo della danza dovrebbe avere il coraggio di fare senza paura di risultare scomodo: perché continuiamo a formare talenti straordinari se poi il sistema non offre più luoghi reali dove quella danza possa esistere davvero?
Negli ultimi anni Amici ha avuto il merito indiscutibile di riportare la danza al centro dell’attenzione popolare. E bisogna riconoscerlo con onestà: sotto il profilo artistico e tecnico il programma è cresciuto molto. Oggi vengono selezionati ragazzi preparati, versatili, con basi solide nel classico, nel moderno, nel contemporaneo e nell’urban. Giovani che studiano per anni con disciplina feroce, sacrificando adolescenza, tempo, soldi, vita sociale. Talenti veri.
Eppure, una volta terminato quel percorso, la domanda resta sempre la stessa: dove vanno a danzare davvero questi artisti?
Perché la verità è che moltissimi di loro, per trovare esperienze importanti, produzioni serie e percorsi professionali concreti, sono costretti ad andare all’estero. Londra, Parigi, Berlino, Amsterdam, Los Angeles. È lì che spesso trovano ciò che l’Italia non riesce più a offrire: strutture produttive, compagnie, ricerca artistica, continuità lavorativa, visione.
E allora il problema non è la formazione. Il problema è il vuoto che arriva dopo.
In Italia il lavoro per i danzatori si è progressivamente ristretto fino quasi a scomparire. Gli enti lirici hanno ridotto o smantellato i corpi di ballo stabili. I grandi varietà televisivi praticamente non esistono più. I musical sono pochi e spesso costruiti con logiche produttive che comprimono sempre di più il ruolo della danza. Nei teatri si produce meno. In televisione la danza è diventata decorazione rapida, riempitivo scenico, contenuto da social.
E così il mercato si è spostato quasi esclusivamente verso eventi, convention, dinner show, serate commerciali, intrattenimento per brand. Realtà che possono certamente rappresentare opportunità lavorative, ma che non possono diventare l’unico orizzonte professionale di un’intera categoria artistica.
Perché quello dovrebbe essere un “di più”, non il cuore di un sistema culturale.
E il problema più grave è che parallelamente si sta impoverendo anche il linguaggio stesso della danza.
Oggi si vedono sempre meno costruzioni coreografiche realmente strutturate. Sempre meno racconto. Sempre meno tecnica. Sempre meno identità stilistica. Anche nei grandi eventi internazionali sembra dominare una tendenza precisa: corpi sempre più nudi, provocazione estetica, ammiccamento continuo, movimenti ripetitivi, sequenze pensate più per diventare virali sui social che per lasciare una traccia artistica.
Guardando l’ultima edizione dell’Eurovision, questa sensazione è stata fortissima.
Molte performance sembravano costruite sulla stessa grammatica visiva: energia immediata, immagini forti, sensualità esasperata, ma pochissima scrittura coreografica reale. Pochissime idee. Pochissimo racconto. Pochissima tecnica riconoscibile.
E questo dovrebbe far riflettere tutti.
Perché non si tratta di essere nostalgici o di rifiutare il contemporaneo. La danza evolve, cambia, contamina linguaggi diversi ed è giusto che accada. Ma evoluzione non significa impoverimento. Modernità non significa superficialità tecnica.
Ed è proprio per questo che una delle coreografie che ha colpito maggiormente il pubblico è stata quella firmata da Marcello Sacchetta per Sal Da Vinci. Perché lì, improvvisamente, si rivedeva qualcosa che ormai sembra quasi raro: costruzione scenica, dinamica, utilizzo del corpo come linguaggio narrativo, chiavi tecniche, teatralità, racconto. Persino l’elemento acrobatico aveva una funzione dentro la narrazione e non era semplice effetto estetico.
E allora viene spontaneo chiedersi: possibile che oggi vedere una coreografia strutturata debba quasi diventare un’eccezione?
Ma c’è un’altra domanda ancora più importante che il settore dovrebbe porsi.
Perché eventi giganteschi come Sanremo o l’Eurovision non possiedono più un vero corpo di ballo stabile? Perché non esistono più sigle coreografate iconiche, grandi aperture, numeri centrali, finali costruiti artisticamente come accadeva nei grandi varietà internazionali?
Perché la danza è diventata sempre marginale persino nei luoghi dello spettacolo che dovrebbero celebrarla?
Una volta i corpi di ballo erano identità artistiche riconoscibili. Esisteva una direzione stilistica, esisteva un immaginario, esisteva un lavoro collettivo fatto di disciplina, tecnica e visione. Oggi invece tutto sembra frammentato, temporaneo, usa-e-getta. Si assembla un gruppo per un evento e il giorno dopo tutto sparisce.
E questo produce una conseguenza devastante anche sulle nuove generazioni.
Perché i ragazzi iniziano a credere che la danza sia soltanto esposizione social, immagine, velocità, hype, sensualità, viralità. Si studia sempre meno in profondità. Persino nell’urban — che è una cultura enorme e complessissima — stanno sparendo discipline fondamentali come locking, popping e breaking studiati seriamente. Si confonde il freestyle improvvisato con la preparazione tecnica. Si scambia l’atteggiamento per formazione.
Ma la danza non può sopravvivere senza studio.
Non può vivere senza tecnica.
Non può esistere senza cultura del corpo, del movimento e dell’interpretazione.
E soprattutto non può continuare ad avere un ruolo secondario in un Paese che possiede una delle tradizioni artistiche più importanti del mondo.
Perché qui non si parla soltanto di spettacolo. Si parla di identità culturale.
Quando una nazione smette di investire davvero nella danza, smette lentamente anche di investire nella propria capacità di raccontarsi attraverso il corpo, la musica, il teatro, la bellezza e l’immaginazione.
E allora forse è arrivato il momento di smettere di utilizzare la danza solo come contorno estetico degli eventi.
Forse è arrivato il momento che la politica culturale, le televisioni, le produzioni e lo stesso settore artistico si assumano una responsabilità precisa: ricostruire uno spazio reale per la danza professionale.
Non come riempitivo.
Non come moda temporanea.
Ma come arte.
Perché continuare a formare talenti straordinari senza costruire un sistema capace di accoglierli significa una sola cosa: continuare a consumare bellezza senza avere il coraggio di darle davvero un futuro.
Giacomo Molinari








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