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L'EDITORIALE DI G.MOLINARI

RAI, I CONTI TORNANO

MA IL SERVIZIO PUBBLICO STA DAVVERO INVESTENDO NEL PROPRIO FUTURO ?




Il ritorno della Rai a un bilancio in attivo dopo quasi un decennio è certamente una notizia positiva. Nessuno può negare l’importanza di un’azienda pubblica che ritrova stabilità economica dopo anni difficili. Ed è giusto riconoscere il valore di una gestione che riesce a riportare il segno positivo nei conti.


Ma il problema è un altro.


Perché quando si parla di “fine degli sprechi” bisognerebbe avere il coraggio di capire davvero dove gli sprechi si annidano. E soprattutto bisognerebbe evitare la tentazione più semplice: tagliare ciò che appare sacrificabile solo perché culturalmente considerato secondario.

Negli ultimi anni il sistema Rai ha progressivamente ridotto tutto ciò che produceva cultura viva, presenza artistica, sperimentazione, orchestra, danza, teatro, corpi di ballo, professionalità artistiche e produzioni strutturate. Tutto ciò che richiede investimento, tempo, visione e continuità viene ormai percepito come un costo e non più come una funzione naturale del servizio pubblico.

Eppure il vero nodo non è mai stato affrontato fino in fondo.

Perché mentre si racconta la necessità di razionalizzare, esiste una gigantesca macchina amministrativa e dirigenziale che continua a rimanere praticamente intoccabile.

La Rai negli anni è diventata un sistema estremamente appesantito da strutture interne, uffici, sottostrutture, consigli, organismi, consulenze, capi, sottocapi, dirigenti blindati e figure amministrative spesso sovrapposte tra loro. Una macchina enorme che costa moltissimo e che raramente viene messa realmente in discussione.

E allora viene spontaneo chiedersi: qualcuno si è mai posto seriamente il problema di quanto costi amministrare la Rai?

Perché il punto non è soltanto quanto costa produrre cultura.

Il punto è capire quanto costi l’apparato che gestisce quel sistema culturale e di informazione.

Quanto pesa economicamente questo dedalo di strutture, incarichi, consigli di amministrazione, apparati intermedi, dirigenti con stipendi elevatissimi e livelli decisionali frammentati.

Si parla continuamente dei costi delle produzioni artistiche, ma molto meno del costo complessivo della macchina burocratica che ruota attorno al sistema Rai.


Ed è qui che il discorso diventa inevitabilmente scomodo.


Perché troppo spesso i sacrifici vengono scaricati sempre sugli stessi: sulle ultime ruote del carro. Sui lavoratori creativi. Sugli artisti. Sui ballerini, sui musicisti, sulle orchestre, sui tecnici dello spettacolo, sui professionisti che rappresentano poi l’anima reale della produzione culturale.

Tutto quel mondo viene raccontato come economicamente “pesante”, quasi fosse un lusso non più sostenibile.


Ma davvero il problema della Rai sono le arti?


Davvero il peso economico principale è rappresentato da chi produce cultura, spettacolo, identità e valore artistico?

Oppure il problema sta in un sistema che negli anni ha moltiplicato apparati e frammentazioni amministrative senza mai avere il coraggio di riformarsi davvero?

A questo si aggiunge poi un altro tema enorme, di cui si parla ancora troppo poco: quello degli appalti esterni.


Da molto tempo la Rai ha progressivamente demandato gran parte del sistema produttivo a società esterne. Un meccanismo che spesso genera una lunga catena di intermediazioni, consulenze e passaggi che finiscono inevitabilmente per far lievitare i costi in maniera enorme.


E alla fine accade il paradosso.


Si esternalizza per risparmiare e si finisce invece per spendere di più, impoverendo contemporaneamente le competenze interne e indebolendo la capacità produttiva diretta del servizio pubblico.

Così la Rai perde progressivamente la propria identità industriale e culturale, diventando sempre più una struttura che coordina e sempre meno una struttura che crea davvero.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno investimenti artistici, meno coraggio editoriale, meno sperimentazione, meno produzione culturale strutturata.

E questo in un Paese che possiede una delle tradizioni artistiche più importanti del mondo.

La danza continua ad avere uno spazio marginale, spesso utilizzata come semplice elemento estetico di accompagnamento. Le orchestre vengono considerate un costo. I corpi di ballo vengono ridotti o smantellati. Interi comparti artistici vengono trattati come accessori sacrificabili.

Ma qui non si parla soltanto di intrattenimento.

Qui si parla di identità culturale.

Quando un Paese smette di investire davvero nella propria produzione artistica, smette lentamente anche di investire nella propria capacità di raccontarsi.

E il servizio pubblico dovrebbe essere il primo luogo deputato a custodire questa responsabilità.


La Rai non può limitarsi a sopravvivere economicamente. Deve avere il coraggio di rinnovarsi davvero, ampliando la propria offerta culturale e ripensando il proprio sistema produttivo senza continuare a colpire sempre gli stessi settori.


Perché eliminare gli sprechi è sacrosanto, ma gli sprechi non si eliminano distruggendo il patrimonio creativo.

Gli sprechi si eliminano avendo finalmente il coraggio di mettere mano a quelle strutture diventate negli anni gigantesche, blindate e spesso autoreferenziali.

Altrimenti il rischio è semplice: ritrovarsi con conti migliori ma con una Rai progressivamente svuotata della sua funzione culturale, artistica e produttiva.

E a quel punto il prezzo pagato sarebbe infinitamente più alto di qualsiasi bilancio in rosso.


Ma allora quale potrebbe essere una soluzione concreta, forte e realmente sostenibile?


Forse la Rai dovrebbe avere il coraggio di fare ciò che nessuno ha mai fatto davvero: trasformare la cultura da “centro di costo” a vero motore produttivo ed economico del servizio pubblico.

Come?

Creando una grande divisione Rai Cultura & Performing Arts autonoma, stabile e produttiva, capace non solo di realizzare contenuti artistici per la televisione, ma di diventare una vera industria culturale italiana esportabile nel mondo.

Una struttura che riunisca orchestra, danza, teatro, musica dal vivo, produzioni originali, documentari culturali, eventi, talent artistici e sperimentazione contemporanea, lavorando in sinergia con teatri, conservatori, accademie, festival e istituzioni culturali italiane.

Non più comparti marginali relegati a riempitivi notturni o programmi di nicchia, ma un polo centrale della produzione Rai.

E soprattutto un sistema economicamente attivo.

Perché oggi la cultura non vive soltanto in televisione.

Vive sulle piattaforme streaming, nei social, negli eventi live, nei format internazionali, nei contenuti educational, nelle tournée, nelle collaborazioni internazionali e nelle grandi produzioni multipiattaforma.

La Rai possiede già strutture, archivi, professionalità, spazi produttivi e un marchio storico riconosciuto ovunque. Quello che è mancato finora è stata la visione industriale.

Un grande progetto culturale Rai potrebbe generare nuove entrate attraverso distribuzione internazionale, partnership europee, piattaforme digitali dedicate, produzioni live, contenuti educational e format esportabili, riportando contemporaneamente lavoro stabile e centralità alle professionalità artistiche interne.

In pratica: non tagliare la cultura per risparmiare, ma farla diventare finalmente un investimento produttivo.

Perché il vero paradosso italiano è questo: possediamo uno dei patrimoni culturali più potenti del pianeta, ma continuiamo a trattarlo come un peso economico invece che come una delle più grandi risorse strategiche nazionali.

E forse il futuro della Rai potrebbe ripartire esattamente da lì.

Giacomo Molinari




 
 
 

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