top of page

L'EDITORIALE DI G.MOLINARI

CULTURA IN APNEA : L'ITALIA STA SMETTENDO DI CREDERCI ?


C’è un filo sottile, ma ormai fin troppo visibile, che lega fenomeni apparentemente distanti: i tagli ai fondi per il cinema, l’irrilevanza italiana al Festival di Cannes, le cadute imbarazzanti della Nazionale ai mondiali, il lento degrado di spazi simbolo come l’Auditorium Rai del Foro Italico, il Teatro delle Vittorie e molti altri.

 

Non sono episodi isolati. Non sono coincidenze sfortunate. Sono segnali. E continuare a fingere che non lo siano è parte del problema.

 

Segnali di un sistema culturale, creativo e produttivo che coinvolge oltre un milione di operatori e che oggi appare svuotato, disarticolato, privo di direzione e,  cosa ancora più grave, privo di urgenza. Come se il declino fosse diventato accettabile. Come se bastasse amministrarlo.

 

L’Italia è sempre stata una potenza culturale. Non solo per il patrimonio storico, ma per una capacità concreta, viva, industriale di generare linguaggi, idee, identità. Dal cinema alla televisione, dalla moda al teatro, dalla danza alla musica, fino allo sport: abbiamo costruito immaginari che hanno attraversato il mondo, lo hanno influenzato, in alcuni casi lo hanno ridefinito.

 

Ma quegli immaginari non erano magia. Non nascevano dal nulla.

 

Dietro ogni film, ogni programma, ogni spettacolo, ogni evento, c’era,  e dovrebbe esserci ancora, un esercito invisibile: le maestranze. Tecnici, operatori, artigiani, montatori, elettricisti, sarte, scenografi, fonici, macchinisti. Mani, competenze, mestieri. Persone che non finiscono sui manifesti, ma senza le quali quei manifesti non esisterebbero.

 

Ed è proprio lì che oggi l’incrinatura diventa collasso.

 

Perché non stiamo perdendo solo centralità o prestigio. Stiamo perdendo struttura. Stiamo disperdendo competenze costruite in decenni, spesso fuori da qualsiasi percorso formale, dentro teatri, set, laboratori. Stiamo lasciando evaporare un sapere che non si improvvisa e che, una volta perso, non si ricostruisce con un decreto o con un bando.

 

Oggi quelle persone lavorano meno, lavorano peggio o smettono del tutto. Cambiano settore, emigrano, si adattano. Oppure restano intrappolate in una precarietà cronica che logora tutto: qualità, ambizione, futuro.

 

E mentre davanti alle telecamere continuiamo a raccontarci la favola dell’eccellenza italiana, dietro le quinte si consuma uno smantellamento silenzioso. Sistematico. Quasi accettato.

 

La domanda, a questo punto, non è più “cosa sta succedendo?”.

È molto più scomoda: “perché non stiamo reagendo?”.

 

I tagli al cinema non sono numeri: sono storie che non verranno mai raccontate. Sono produzioni che non partono, carriere che si interrompono, professionalità che si disperdono. L’assenza a Cannes non è una fatalità: è la fotografia di un sistema che non investe, non rischia, non difende il proprio talento.

 

Lo sport non è un’eccezione. È lo stesso schema. I fallimenti della Nazionale non sono solo risultati: sono il prodotto di una filiera che ha smesso di costruire, che preferisce consumare il poco che resta invece di investire nel futuro. Si celebra il passato mentre si svuotano i vivai.

 

E poi ci sono i luoghi. Spazi che dovrebbero essere vivi, attraversati, produttivi. E che invece diventano simboli di immobilismo, di gestione opaca, di progettualità inesistente. Non è solo una questione di fondi. È una questione di incapacità. Di mancanza di visione. Di assenza totale di responsabilità.

 

E allora sì, il problema è politico. Ma non nel senso sterile del dibattito ideologico. Nel senso più diretto possibile: chi decide, a ogni livello, ha scelto, esplicitamente o per inerzia, che la cultura non è una priorità.

 

Non lo si dice. Ma lo si pratica.

Perché in Italia la cultura continua a essere trattata come un accessorio. Un lusso. Qualcosa da finanziare solo quando avanza qualcosa. Mai come una infrastruttura strategica. Mai come un motore economico reale. Mai come un pilastro identitario.

 

E il risultato è sotto gli occhi di tutti: un sistema fragile, che regge per inerzia, mentre perde pezzi.

 

Non è una questione di destra o sinistra. È una questione di responsabilità diffusa e sistematicamente evitata. Le idee ci sono. I talenti anche. Le competenze pure. Ma senza un sistema che le sostenga, che le organizzi, che le premi, restano isolate. E alla lunga, si spengono.

 

Quello che manca non è solo il denaro. È la volontà. È la fame. È la capacità di considerare la cultura non come un costo, ma come una scelta strategica.

Ci stiamo abituando a una posizione passiva. A consumare prodotti culturali pensati altrove. A vivere di rendita. A raccontarci che “abbiamo il patrimonio più bello del mondo” mentre smettiamo di produrre il presente.

 

Non siamo più un Paese che crea. Siamo un Paese che commenta.

 

E il rischio non è solo economico. È molto più profondo. È diventare irrilevanti senza nemmeno accorgercene. È perdere progressivamente la capacità di raccontarci, e quindi di esistere come sistema culturale autonomo.

Perché senza produzione non c’è identità. Senza identità non c’è visione. E senza visione resta solo gestione del declino.

 

La domanda finale, quindi, non è retorica. È brutale: vogliamo ancora essere un Paese che produce cultura, o ci sta bene diventare una sua periferia?

Continuando così, la risposta non è più una scelta. È già un esito.

Giacomo Molinari


 
 
 

Commenti


bottom of page