" LE STATUE DI SALE"
QUANDO LA PERFEZIONE TECNICA CERCA LA VERITA'

Al Teatro Belli, il testo di Marianna Adamo convince per l’interesse della storia e la qualità della scrittura. Un cast tecnicamente eccellente e un Giuseppe Coppola di particolare forza scenica, tra precisione della parola e desiderio di maggiore naturalezza.
Il mondo sta per finire e tre persone si ritrovano imprigionate in una stanza sospesa fuori dal tempo. Siria, Don Marco e Samuele devono affrontare una partita annunciata da Morgan, artefice della loro prigionia: soltanto due potranno salvarsi, mentre uno sarà trasformato in una statua di sale. Tra alleanze instabili, rivalità e complicità, cercare di comprendere le regole diventa parte stessa del gioco. Ammesso che delle regole esistano davvero.
È questa la premessa di “Le statue di sale”, spettacolo scritto e diretto da Marianna Adamo, prodotto da ORO Studios S.r.l., presentato in prima assoluta al Teatro Belli di Roma dal 23 al 25 ottobre. In scena, accanto all’autrice, Matteo Fasanella, Lorenzo Martinelli e Giuseppe Coppola.
La storia è molto interessante e ben scritta. L’ambientazione distopica offre una cornice efficace a un intreccio che mette al centro le relazioni umane, alimentando la curiosità per il destino dei protagonisti. Una proposta di ottima fattura, nella quale si riconoscono cura e solide competenze.
Proprio sul rapporto tra competenza e restituzione scenica si concentra, tuttavia, la nostra riflessione. Gli interpreti mostrano tutti un’eccellente preparazione: dizione, articolazione, respirazione e controllo della parola testimoniano una padronanza tecnica indiscutibile. All’ascolto, però, questa precisione ci è sembrata talvolta così perfetta da creare una distanza dalla naturalezza del parlato e dalla verità emotiva dei personaggi.
In alcuni passaggi, per quella che resta una nostra personale impressione, la recitazione sfiora ciò che viene comunemente definito “doppiaggese”: una parola levigata, impeccabile nella pronuncia e nell’emissione, nella quale avremmo desiderato percepire maggiormente le esitazioni, le irregolarità e gli imprevisti di una relazione vissuta. La tecnica si fa ammirare; il coinvolgimento emotivo, a tratti, ne risente.
A Marianna Adamo va riconosciuto il merito di confrontarsi con tre responsabilità artistiche importanti: scrittura, regia e interpretazione. Una pluralità di talenti che merita un sincero chapeau. Nella sua presenza sul palco, tuttavia, alcuni movimenti a scatti ci sono parsi eccessivamente insistiti, tanto da rischiare di distrarre dall’ascolto e dall’azione. Anche in questo caso, si tratta della percezione di chi guarda, senza pretendere di attribuire un valore assoluto a una scelta espressiva.
Una menzione specialissima va a Giuseppe Coppola, narratore e performer capace di tenere alta, anche da solo, l’attenzione del pubblico. Ai nostri occhi è l’interprete che restituisce con maggiore pienezza un personaggio compiuto, riconoscibile e vivo. Unico a indossare un vero e proprio costume, con un gusto un po’ da cicisbeo, ne fa parte integrante di una presenza scenica ricca di sfaccettature. La sua prova colpisce per la capacità di dare alla precisione espressiva una forza comunicativa immediata.
“Le statue di sale” lascia dunque l’impressione di un lavoro curato, sostenuto da una scrittura convincente e da interpreti di grande preparazione. Resta una domanda, che nasce proprio dal riconoscimento di queste qualità: quanto ci avrebbe coinvolto ancora di più se la perfezione tecnica avesse lasciato maggiore spazio alla fragilità, all’imprevisto e alla verità?
Ringraziamo Ufficio Stampa Maresa Palmacci
Per RadioDanza-Cultura Italia Network
Gabriele Cantando Pascali








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