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" VOYEURS"

22 minuti fa
Tempo di lettura: 3 min

LA POESIA AMARA DELL'INDIFFERENZA


Al Teatrosophia, Mauro Toscanelli trasforma il testo di Luigi Amendola in una visione sospesa tra cruda realtà e incanto.

Ci sono spettacoli nei quali la durezza di ciò che viene raccontato convive con una sorprendente delicatezza poetica. È la sensazione che ho provato assistendo a Voyeurs, di Luigi Amendola, con la regia e la drammaturgia musicale di Mauro Toscanelli: una poesia continua, una successione di immagini di cruda realtà restituite attraverso la bellezza inquieta di una visione onirica.

Prodotto da Melanchòlia Teatro, lo spettacolo è in scena al Teatrosophia dal 22 al 25 ottobre e dal 28 ottobre al 1° novembre 2026. Il suo ritorno segna un nuovo capitolo del rapporto artistico tra Toscanelli e il teatro diretto da Guido Lomoro, all’interno di una stagione che pone al centro le relazioni umane. Qui, però, quelle relazioni vengono osservate nelle loro fratture: la distanza, l’egoismo, l’incapacità di riconoscere davvero l’altro.

In una strada di periferia si ritrovano sette persone: una donna ansiosa e peripatetica, un ubriaco alla deriva, una prostituta, un giornalista a caccia di scoop, un domatore, un vigile del fuoco e una donna impegnata nella difesa della morale pubblica. Sette microcosmi che condividono uno spazio senza riuscire a costruire un incontro autentico. A richiamarne l’attenzione è una figura sospesa sul cornicione di un palazzo, apparentemente sul punto di togliersi la vita. Una possibile tragedia che dovrebbe suscitare partecipazione e che diventa, invece, lo sfondo sul quale ciascuno continua a parlare soprattutto di sé.

Scritto negli anni Novanta, il testo di Amendola conserva una dolorosa attualità. Il bisogno di esporsi prevale sull’ascolto, la parola si moltiplica senza produrre comprensione e persino il dolore altrui rischia di trasformarsi in qualcosa da osservare, commentare, consumare. È in questa indifferenza collettiva che Voyeurs affonda il proprio sguardo.

La messinscena mi ha ricordato, per alcuni aspetti, il meccanismo dell’attesa di Aspettando Godot. Un’associazione personale, suggerita da quella tensione che alimenta curiosità e interrogativi intorno a un evento di cui non conosciamo il compimento. Si aspetta, si ascolta, si cerca un segnale. E la sensazione è che lo spettacolo voglia lasciare allo spettatore anche la responsabilità di abitare le proprie domande, dentro la suggestione di un finale aperto.

A dare corpo a questo universo sono otto artisti: sette attori e una danzatrice. Fabio Fantozzi, Masaria Colucci, Francesco Perinelli, Titti Cerrone, Massimo Napoli, Adriano D’Amico e Roberta Bobbi compongono un insieme di altissimo livello. Presenza scenica, padronanza tecnica, tenuta del personaggio e intensità emotiva concorrono a una prova corale nella quale mi sarebbe impossibile individuare una sola menzione speciale.

Ciascuno contribuisce con precisione e generosità al racconto di un’amara realtà. Colpisce soprattutto l’onestà con cui questa viene attraversata: anche dentro l’assurdo, anche nelle deformazioni dei comportamenti, si avverte una verità umana capace di arrivare allo spettatore e coinvolgerlo profondamente.

Particolarmente suggestiva la presenza della danzatrice Valentina Rancini. Una creatura nera, una dark lady, quasi una fatina gotica che attraversa la scena con apparizioni fugaci, simili a passaggi meteorici. Ai miei occhi, la sua figura introduce una riflessione sulla caducità dell’esistenza: una presenza sfuggente che sembra ricordare quanto siano fragili il nostro passaggio e le certezze con cui tentiamo di sostenerlo. Il suo movimento aggiunge al racconto una dimensione ulteriore, lasciando spazio a intuizioni che precedono le parole.

Su tutto si avverte la grande sensibilità di Mauro Toscanelli. La sua regia sembra dipingere una tela, accostando corpi, voci, silenzi e movimenti con una cura capace di dare forma visibile alle emozioni. I colori di questa composizione, talvolta cupi, talvolta di inattesa leggerezza, hanno toccato in me corde profonde.

La stessa sensibilità attraversa la drammaturgia musicale. Da René Aubry a Ornella Vanoni, le scelte accompagnano le scene con efficacia, ne amplificano le risonanze e contribuiscono a costruire quel paesaggio emotivo nel quale realtà e sogno continuano a sfiorarsi.

Voyeurs mi ha lasciato la sensazione di aver attraversato una poesia amara e bellissima. Uno spettacolo che racconta la difficoltà di incontrarsi e che, attraverso la forza dei suoi interpreti e la sensibilità della regia, riesce a creare un incontro profondo con chi guarda.

Ringraziamo l'ufficio Stampa Andrea Cavazzini

Foto di Grazia Menna

 
 
 

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